Si guardò intorno. I letti erano tutti occupati; le persone dormivano; qualcuna russava forte. Le finestre avevano le inferriate.
Sul fondo della camerata, c'era un piccola luce accesa, che popolava l'ambiente di strane ombre e consentiva la sorveglianza continua del locale.
Nei pressi della lampada, una donna leggeva un libro.
"Queste infermiere devono essere molto colte: passano la vita a leggere."
Il letto di Veronika era quello più lontano dalla porta: fra lei e l'infermiera c'erano una ventina di letti.
Si alzò con difficoltà, perché - volendo credere a quanto le aveva detto il medico - erano quasi tre settimane che non camminava.
L'infermiera sollevò lo sguardo e vide la giovane che si avvicinava, reggendo il flacone della flebo."Voglio andare in bagno," sussurrò Veronika, temendo di svegliare le altre pazienti.Con gesto distratto, la donna indicò una porta.
La mente di Veronika funzionava in modo rapido e preciso,cercando ovunque una via d'uscita, una breccia, una maniera per lasciare quel posto. "Devo far presto,fintantoché mi ritengono fragile, incapace di reagire.
Si guardò intorno con grande attenzione. Il bagno era uno sgabuzzino senza porta.
Se voleva andarsene da lì,doveva afferrare la sorvegliante e obbligarla a darle la chiave: no, era troppo debole.
"Questa è una prigione?" domandò all'infermiera.
"No. Un manicomio."
"Io non sono matta."
La donna rise."È quello che dicono tutti, qui dentro."
"Va bene. Allora sono matta. E che cos'è un matto?"

