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Il signor Lantin, dopo che ebbe incontrato la giovane donna a una festa in
casa del suo capufficio, fu avvolto dall’amore come in una rete.
Era la figlia d’un esattore di provincia, morto da parecchi anni.
In seguito, era venuta a Parigi con sua madre, la quale cominciò a frequentare
alcune famiglie borghesi, con la speranza di trovar marito alla giovane.
Erano persone povere e onorate, tranquille e dolci. La ragazza sembrava il
prototipo della donna onesta alla quale il giovane ammodo sogna di affidar la sua
vita.
La sua modesta bellezza aveva il fascino d’un angelico pudore, e il lievissimo
sorriso che non lasciava mai le sue labbra sembrava un riflesso del cuore.
Tutti cantavano le sue lodi; coloro che la conoscevano non facevano altro che
dire: - Beato chi se la piglierà. Non si potrebbe fare una scelta migliore.
Lantin, il quale era allora archivista capo al ministero dell’Interno con lo
stipendio annuale di tremilacinquecento franchi, la chiese in moglie e la sposò.
Con lei fu straordinariamente felice.
Ella governò la casa con una economia tanto accorta che sembravano vivere nel
lusso. Non esistevano premure, delicatezze, moine, ch’ella non prodigasse a suo
marito; e tanta era la forza della sua seduzione che a sei anni dal loro incontro,
egli l’amava ancor più dei primi giorni.
Le rimproverava soltanto due abitudini, quella del teatro e quella dei gioielli
falsi.
Le sue amiche (conosceva alcune mogli di modesti funzionari) le procuravano
continuamente dei palchi per le commedie in voga, perfino per le prime
rappresentazioni; e di buona o di malavoglia si portava dietro il marito, che dopo
una giornata di lavoro si stancava tremendamente a simili passatempi.
La supplicò di andarci con qualche signora di sua conoscenza che dopo la

