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Nella Tokyo degli anni Cinquanta una sera salì sulla metropolitana un energumeno ubriaco fradicio che, barcollando, tra bestemmie, urla espintoni, cominciò a terrorizzare i passeggeri, i quali, dandosi al fuggi fuggi generale verso l’estremità opposta della vettura, si accucciarono paralizzati sui propri sedili.
Alla scena assisteva uno dei primi americani recatisi in Giappone a studiare l’arte marziale dell’Aikido.
L’americano, che era al vertice della sua condizione fisica grazie al training quotidiano di otto ore, si alzò di scatto in piedi, sentendosi chiamare in causa, prima che qualcuno si facesse male seriamente.
Ma al contempo nella mente gli riecheggiavano le raccomandazioni del suo maestro:
“L’Aikido è l’arte della riconciliazione.
Chi ha in mente di combattere ha già spezzato la propria armonia con l’universo.
Chi cerca di dominare gli altri è già sconfitto.
Studia sempre come risolvere il conflitto, non come provocarlo!”.
“Ah! Uno sporco straniero!”, mugghiò l’ubriaco interrompendo il
flusso di pensieri dell’americano. “Gli ci vuole una bella lezione alla
maniera giapponese!”, continuò, dirigendosi verso di lui con le mani
serrate a pugno.
“Hey!”, si sentì all’improvviso dal fondo della parte opposta del vagone. E il tono

